#lamiaesperienzainmaniamiche | Letizia, la voce accogliente del venerdì
Continua il nostro viaggio nel cuore pulsante di Mani Amiche. Dopo aver dato voce ai nostri capi equipaggio, oggi cambiamo prospettiva. Perché un’associazione non è fatta solo di sirene e interventi in strada; è fatta anche di attese, di telefoni che squillano e di mani che, con precisione e pazienza, tessono la rete del soccorso dietro una scrivania.
Oggi incontriamo Letizia, il volto (e la voce) storica dei nostri venerdì pomeriggio.
Dal 2002 è una presenza costante in segreteria, ma il suo legame con il volontariato ha radici molto più profonde, nate da un “no” trasformato in un grande “sì”.
Letizia, facciamo un salto indietro. Il tuo desiderio di aiutare gli altri nasce tra i banchi di scuola, ma non è stato subito “amore a prima vista” con il mondo delle associazioni. Cosa successe?
“È vero. Tutto iniziò durante un’assemblea alle superiori. Alcuni ragazzi di un’associazione locale vennero a presentare le loro attività e io mi innamorai subito dell’idea di farne parte. Vinsi la mia timidezza e mi avvicinai alla ragazza che aveva parlato di più, sperando in un’accoglienza calorosa. Invece l’approccio fu freddo, quasi respingente. Quel momento gelò il mio entusiasmo, ma il seme era stato piantato: doveva solo aspettare il momento giusto per germogliare.”
Quel momento è arrivato anni dopo, in un modo quasi del tutto casuale, grazie a tua madre.
“Esatto! La vita mi aveva portato altrove: il lavoro in amministrazione, il matrimonio, la nascita dei miei due figli. Avevo dovuto lasciare l’impiego perché gli orari erano incompatibili con il mestiere di mamma. Poi, quando i bimbi avevano 4 e 5 anni, mia madre mi chiese di accompagnarla a iscriversi a un’associazione di volontariato. Non voleva andare da sola e mi promise che mi avrebbe aiutata ancora di più con i piccoli se l’avessi seguita.
Ironia della sorte: dopo i primi incontri lei capì che cercava altro e si ritirò. Io, invece, rimasi. Un po’ per evitare l’imbarazzo di due ritiri contemporanei, un po’ perché sentivo che quel posto era finalmente quello giusto.”
Hai scelto la segreteria, un ruolo che sembra cucito su misura per te.
“Per via di alcuni problemi di cuore, il servizio attivo in ambulanza non era la strada più indicata, così ho scelto la segreteria. È stato come tornare a casa: il mio vecchio lavoro era proprio la segreteria d’amministrazione. Qui servono precisione, ordine nel passare le consegne ai colleghi che cambiano turno, ma soprattutto tanta empatia. Devi saper ascoltare chi sta dall’altra parte del filo.”
Spesso si pensa che il segretario faccia “solo” burocrazia. Ma c’è un episodio che ti è rimasto nel cuore e che racconta quanto la tua voce possa fare la differenza?
“Ricordo perfettamente la telefonata di una signora anziana. Non chiamava per un’ambulanza o per un trasporto assistito. Chiamava perché era sola. Voleva solo compagnia. Siamo rimaste al telefono per un po’, il tempo necessario a rassicurarla. Sentire il suo sollievo e ricevere le sue benedizioni mi ha riempito il cuore. In quel momento, anche se non ero fisicamente lì, la mia è stata una mano tesa verso di lei. È stata la mia personale ‘presa in carico’, diversa dal solito protocollo, ma altrettanto vitale.”
In una società che sembra correre sempre più veloce, dimenticando spesso il valore del contatto umano, cosa ti senti di augurare a chi si avvicina oggi al volontariato?
“Auguro a tutti, giovani e meno giovani, di riscoprire l’empatia. In un mondo che spesso manca di motivazioni sane, riscoprire nell’altro che chiede aiuto il proprio bisogno di essere utili è una lezione di vita immensa. Spero che il mio racconto possa essere quel vaso dove un seme di solidarietà, magari rimasto chiuso per timidezza, possa finalmente germogliare. Ognuno di noi ha un piccolo tesoro da regalare; bisogna solo avere il coraggio di aprire lo scrigno.”


