#lamiaesperienzainmaniamiche | Annamaria Amodio: la cura del dettaglio e la vocazione del cuore​

L​a nostra rubrica #lamiaesperienzainmaniamiche accoglie oggi la testimonianza di Annamaria Amodio, una volontaria che ha fatto della precisione e della sensibilità la sua firma distintiva.
​Sempre con tanta discrezione Annamaria si contraddistingue per il suo approccio meticoloso, quella dote rara di chi non lascia nulla al caso perché sa che, nel soccorso, anche il più piccolo dettaglio può fare la differenza. Ma dietro il suo rigore tecnico batte un animo profondamente buono, capace di trasformare ogni servizio in un atto di pura empatia. Con nove anni di esperienza sulle spalle, ci racconta oggi come una riflessione spirituale l’abbia portata a vestire i colori della nostra grande famiglia.

​ANNAMARIA, IL TUO INGRESSO IN ASSOCIAZIONE SEMBRA QUASI IL FRUTTO DI UNA “CHIAMATA” PARTICOLARE. CI RACCONTI COM’È INIZIATO TUTTO?

“Tutto è nato da una riflessione profonda. Durante una predica, il mio parroco parlò della differenza tra il fare e il contemplare. Quelle parole mi colpirono dritto al cuore: sentii che la mia disponibilità verso famiglia e amici, seppur attiva, non mi bastava più. Cercavo un modo diverso per rendermi utile. Poi, il caso – o il destino – ci ha messo lo zampino: navigando in rete tra ricette e foto, mi sono imbattuta nella pagina di Mani Amiche che invitava a diventare volontari. Ho inviato la richiesta d’istinto e, dopo pochi minuti, avevo già la convocazione per il corso di formazione. Sono passati nove anni da quel giorno, e quel desiderio di andare oltre il semplice ‘fare’ ha trovato finalmente casa.”

​DA NOVE ANNI SEI ASSISTENTE IN AMBULANZA. CHE SENSAZIONI PROVI QUANDO SEI IN SERVIZIO?

“L’ansia non sparisce mai del tutto, che si tratti di un’assistenza sportiva o di una manifestazione religiosa. C’è sempre quel timore di non essere all’altezza, ma è un’emozione che svanisce non appena ti muovi con la tua squadra. In quei momenti, la lucidità e la preparazione prendono il sopravvento. Sai che devi dare il massimo per chi hai di fronte.”

​C’È UN RICORDO PARTICOLARE CHE PORTI NEL CUORE TRA I TANTI SERVIZI EFFETTUATI?

“Senza dubbio un trasporto che definirei ‘felice’. Dovevamo riportare a casa un bambino guarito dall’ospedale Santobono di Napoli. Non dimenticherò mai il momento in cui ho aperto il portellone dell’ambulanza: ad attenderci c’era una folla di persone che è esplosa in un giubilo di allegria appena ha visto il piccolo. Vedere quella gioia pura, dopo tanta sofferenza, è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita in divisa.”

RECENTEMENTE LA TUA PREPARAZIONE È STATA MESSA ALLA PROVA IN MODO MOLTO REALE, VERO?

“Sì. In associazione ci addestriamo continuamente con i manichini per la rianimazione cardio-polmonare e l’uso del defibrillatore. Ma poche settimane fa, la realtà ha superato la simulazione: mi sono trovata a dover applicare quelle manovre su una persona vera. Non è stato facile, ma quella situazione mi ha dato la conferma di quanto sia vitale che tutti conoscano le procedure salvavita. In quei minuti d’attesa dei soccorsi, la differenza tra la vita e la morte è nelle mani di chi sa cosa fare.”

A VOLTE IL VOLONTARIATO RICHIEDE SACRIFICI. COSA TI SPINGE A CONTINUARE?

“A volte te lo chiedi: ‘Ma chi me lo fa fare?’. Non c’è remunerazione, non è un lavoro, togli tempo ad altro. Ma poi indossi quella tuta arancione, vedi i loghi, il bordino tricolore, e senti che ti appartiene. Quella divisa rappresenta il mio modo di essere e di fare. E poi c’è il legame con i colleghi: quando incontri i tuoi amici di turno, diventiamo un unico corpo con un unico obiettivo: aiutare chi, in quel momento, è più sfortunato di noi. È questa la forza che ti fa andare avanti.”


QUALE CONSIGLIO DARESTI A CHI VORREBBE AVVICINARSI A QUESTO MONDO?

Gli direi di provare questo percorso di vita perché è arricchente e stimolante, a volte anche faticoso ma ti fa sentire vivo e partecipe nel dare il tuo piccolissimo concreto contributo di aiuto e vicinanza alla tua comunità.

#lamiaesperienzainmaniamiche | Antonella Carleo: operatrice “tuttofare” sempre in prima linea

Per la rubrica #lamiaesperienzainmaniamiche oggi vi raccontiamo la storia di chi, con precisione e dedizione, garantisce che ogni ingranaggio della nostra associazione giri nel verso giusto.

È la volta di Antonella Carleo. Definirla semplicemente una volontaria sarebbe riduttivo: Antonella è una trottola: non ama star ferma. Una vera “tuttofare”, capace di passare con disinvoltura dal volante dell’ambulanza alla gestione rigorosa del magazzino sanitario.

Con otto anni di servizio alle spalle, ha saputo conquistare la fiducia dei veterani grazie a un mix raro di operatività, pragmatismo e sensibilità, rendendo l’associazione non solo un luogo di impegno, ma la sua vera seconda casa.

ANTONELLA, IL TUO INGRESSO IN MANI AMICHE RISALE AL 2018. COSA TI HA SPINTA A COMPIERE IL GRANDE PASSO?

“Incontrare i volontari di Mani Amiche durante le assistenze pubbliche mi aveva sempre suscitato una grande ammirazione. Guardavo le loro divise e pensavo: ‘Chissà se un giorno avrò il tempo di dedicarmi anche io agli altri’. La molla definitiva è scattata quando ho visto la locandina del nuovo corso. In quel momento ho sentito il bisogno di rompere la monotonia della routine quotidiana tra casa, famiglia e lavoro. Cercavo qualcosa che desse un senso diverso alle mie giornate ed entrare in questa splendida realtà è stata la scelta migliore che potessi fare.”

IN QUESTI OTTO ANNI HAI RICOPERTO TANTI RUOLI, FINO A DIVENTARE RESPONSABILE DEL MAGAZZINO SANITARIO. QUANTO CONTA L’ORGANIZZAZIONE NEL TUO OPERATO?

“È fondamentale. Il mio compito principale è assicurarmi che il vano sanitario sia sempre pronto all’uso: ogni presidio, ogni garza e ogni strumento deve essere al proprio posto perché durante un’emergenza non si può perdere tempo. Ma non è solo una questione di controllo: cerco di responsabilizzare tutti i colleghi affinché si sentano parte di questo processo. Voglio che anche in mia assenza ognuno sappia muoversi con competenza; far sentire gli altri partecipi è il modo migliore per far crescere l’associazione”.

HAI VISSUTO IL PERIODO DIFFICILE DEL LOCKDOWN IN PRIMA LINEA. C’È UN RICORDO CHE TI PORTI DENTRO DI QUEI GIORNI?

“Sì, ho un ricordo vivissimo di quando consegnavamo farmaci fino a tarda sera. Incontravamo molti anziani soli. Non dimenticherò mai una signora che inventava scuse banali pur di trattenermi qualche minuto in più a parlare. La sua solitudine era tangibile. Ogni volta che andavo via provavo un forte magone: lasciarli nel loro isolamento, dopo aver condiviso una piccola chiacchierata, era la parte più dura del servizio. In quei momenti capisci che il volontariato è fatto di gesti tecnici, ma soprattutto di presenza umana”.

MANI AMICHE PER TE È STATA ANCHE UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA E DI AFFETTI…

“Assolutamente sì! Nel 2021 sono riuscita a coinvolgere mia figlia Adriana, che ha poi svolto qui il Servizio Civile e continua tuttora a far parte della nostra famiglia. Oltre a questo, ho tantissimi ricordi spensierati: dalle cene ai corsi di formazione, fino ai pomeriggi passati in sede. In questi otto anni ho incontrato persone meravigliose con alcune delle quali sono nate amicizie importanti. E con una in particolare è nato un legame profondo, un rapporto speciale che va oltre la vita associativa”.

I VETERANI HANNO CREDUTO IN TE FIN DA SUBITO. COSA DIRESTI A CHI INIZIA OGGI?

Direi di abbracciare questa esperienza con entusiasmo, lo stesso che ho avuto io. Qui ho trovato persone che mi hanno dimostrato rispetto e affetto fin dal primo giorno. Però, vorrei ricordare ai nuovi che questo è un impegno serio: siamo a contatto con persone in situazioni di emergenza. Servono serietà, umiltà e una grande voglia di imparare. Ringrazio ogni giorno di far parte di Mani Amiche: è un’esperienza che ti riempie la vita“.

 

#lamiaesperienzainmaniamiche | Antonietta Siani: la forza della dolcezza al servizio degli altri

​La nostra rubrica #lamiaesperienzainmaniamiche si arricchisce oggi di una nuova, preziosa testimonianza.


​Dopo aver reso omaggio nel corso dell’ultimo appuntamento ad Enzo Vitale, colonna storica della nostra associazione, restiamo idealmente legati a lui per introdurre l’ospite di oggi. Proprio Enzo, infatti, è stato il “gancio” che ha portato in associazione Antonietta Siani.
Socia di vecchia data, Antonietta è l’emblema del detto “nella botte piccola c’è il vino buono”. Un concentrato di sensibilità e altruismo, di positività ed energia che fa della dolcezza la sua arma migliore nel rapporto con i pazienti e con tutti noi.
​Ci ha raccontato la sua lunga storia in divisa.

ANTONIETTA, IL TUO PERCORSO IN MANI AMICHE INIZIA NEL 2007.

QUAL È STATA LA MOLLA CHE TI HA SPINTA A VARCARE QUELLA PORTA?

“Tutto è nato in un momento particolare della mia vita. Avevo perso da poco una persona a me molto cara, a cui mi ero dedicata anima e corpo. Quella dolorosa esperienza mi aveva insegnato tanto, facendomi capire, in special modo, la grande fortuna di godere di buona salute. Ho sentito che non potevo tenere questa ‘grazia’ solo per me; dovevo metterla a disposizione di chi era meno fortunato. Avevo bisogno di fare qualcosa per gli altri. Così, su invito di Enzo Vitale, decisi di partecipare al corso ed entrai a far parte di questa grande famiglia.”

​DOPO IL CORSO E IL TIROCINIO, SEI DIVENTATA ASSISTENTE IN AMBULANZA. UN RUOLO CHE SEMBRA CUCITO SU MISURA PER TE…

“È un ruolo che ho amato tantissimo fin da subito. Mi permetteva il contatto diretto con le persone che trasportavamo e questo mi gratificava enormemente. Per me i turni erano una continua fonte di arricchimento: ogni servizio mi insegnava qualcosa. Non c’era trasporto in cui non nascesse una conversazione, un racconto, un particolare che ancora oggi porto con me.”

COSA TI HA DATO LA FORZA DI CONTINUARE PER TUTTI QUESTI ANNI?

“Senza dubbio i loro sorrisi e i loro occhi pieni di riconoscenza e gratitudine, nonostante le sofferenze. Questo mi ha sempre dato una grande forza e la consapevolezza profonda che, alla fine, a ricevere ero io non loro. Inoltre, Mani Amiche è stata un grande aiuto e una forza incredibile nei periodi difficili della mia vita personale: l’aggregazione e lo stare con gli altri mi hanno aiutato a superare momenti complicati.”

MA MANI AMICHE NON È STATO SOLO SERVIZIO, VERO?

“Esatto. Al di là dell’attività di volontariato, qui ho trovato delle bellissime amicizie Con queste persone ho condiviso non solo turni e attività associativa, ma anche passeggiate, gite, momenti di svago”.

L’ANNO PROSSIMO FESTEGGERAI VENT’ANNI DI VOLONTARIATO. COSA PROVI RIGUARDANDO INDIETRO?

“Vent’anni sono un grande traguardo. Per me è un orgoglio immenso indossare questa divisa. Ma non è solo fierezza, identità o appartenenza: per me la divisa rappresenta responsabilità e impegno verso la comunità. E anche se per impegni personali non riesco ad esserci in modo costante, queste componenti da sempre accompagnano i miei turni”.

ANTONIETTA, IN BASE ALLA TUA ESPERIENZA, COSA DIRESTI A UN RAGAZZO O UNA RAGAZZA CHE SI AVVICINA OGGI AL VOLONTARIATO?

“Gli direi che in un periodo storico così difficile come quello che stiamo vivendo, frequentare Mani Amiche è fondamentale per un reale accrescimento dei propri valori. Un’esperienza che ti cambia dentro.”

#lamiaesperienzainmaniamiche | Enzo Vitale: “luce” e carica per tante generazioni di volontari

La nostra rubrica #lamiaesperienzainmaniamiche oggi si accende di una luce particolare.

Dopo aver ascoltato Imma Manzo, che lo ha citato con profonda gratitudine come colui che l’ha spronata a iniziare, incontriamo finalmente Enzo Vitale. Socio storico e attuale tecnico dell’associazione, Enzo è uno di quei “motori” silenziosi ma potentissimi.

Di professione elettricista, non si è limitato a cablare i circuiti della nostra sede, ma ha saputo trasmettere la “carica” giusta a tantissimi ragazzi, trascinandoli in questa missione.

ENZO, QUEST’ANNO FESTEGGI UN TRAGUARDO IMPORTANTE: 25 ANNI IN MANI AMICHE. MA C’È UN PICCOLO “GIALLO” SULLE DATE, VERO?

“Diciamo che ufficialmente sono 25, ma nel mio cuore ne conto 26!

All’epoca le regole erano diverse: per essere considerato socio a tutti gli effetti dovevi superare un anno di praticantato. Eravamo chiamati ‘aggiunti’. Era una vera scuola di vita prima di indossare ufficialmente la divisa.”

COSA TI HA SPINTO A VARCARE QUELLA PORTA E CHI HA “ACCESO” IN TE QUESTA PASSIONE?

“La scintilla è merito di mio cugino, Claudio Dessì, uno dei primi volontari che hanno fondato Mani Amiche. È stato lui a spingermi a fare il corso. Ma l’amore vero è scoccato durante il trasloco nella nuova sede. In quel periodo misi a disposizione il mio mestiere: insieme ad altri ragazzi realizzai tutti gli impianti elettrici. E ancora ad oggi ricopro il ruolo di tecnico dell’associazione.

“DAI CAVI ELETTRICI AL VOLANTE DELL’AMBULANZA: OGGI SEI AUTISTA E CAPOEQUIPAGGIO. ERA UN SOGNO NEL CASSETTO?

Assolutamente sì. Era il ruolo che ambivo fin dal primo giorno. Ricordo ancora con una punta di emozione quando i ‘vecchi’ autisti mi facevano guidare l’ambulanza per prepararmi all’esame. Allora non c’era la flessibilità di oggi: gli schemi e le gerarchie erano molto rigide, ma quel rigore ci ha formati profondamente.”

Eppure, CI HANNO DETTO CHE ALL’INIZIO IL RAPPORTO CON IL SOCCORSO NON È STATO FACILISSIMO…

“È la verità! Se me lo avessero detto anni fa, non ci avrei creduto. Ero talmente impressionabile che mi bastava vedere una piccola ferita per svenire. Non so nemmeno io come io abbia fatto, ma piano piano ho trovato il coraggio. Considerate che vent’anni fa noi eravamo il 118 a Cava de’ Tirreni: abbiamo affrontato interventi durissimi, situazioni critiche che ti temprano l’anima.”

IN TUTTO QUESTO TEMPO, QUALI IMMAGINI TI PORTI DIETRO?

“Ho vissuto emozioni contrastanti. Il ricordo più doloroso, che non riesco a togliermi dalla mente, è quel giubbotto arancione adagiato sulla bara del nostro caro Presidente Antonio Lodato, sul sagrato della chiesa. Ma poi ci sono i momenti che ti ripagano di tutto, come un ragazzo che recentemente, dopo essere stato soccorso per una brutta ferita, mi ha abbracciato piangendo per la gioia di stare bene. Quel ‘grazie’ è la nostra benzina.”

ENZO, COSA DIRESTI A UN GIOVANE CHE STA VALUTANDO DI ENTRARE IN QUESTA FAMIGLIA?

“Spiegare cosa sia Mani Amiche non è facile a parole. Posso solo dire che indossare quella tuta ti rende orgoglioso di te stesso. Ti fa capire che il tuo tempo libero ha un valore immenso e che, quando scatta un’emergenza, puoi essere l’unico punto di riferimento per chi ha bisogno. E credetemi… non è poco.”

#lamiaesperienzainmaniamiche | Imma Manzo: la determinazione di chi trasforma una promessa in missione

La nostra rubrica #lamiaesperienzainmaniamiche continua a tessere la trama di questa grande famiglia.

Dopo aver ascoltato il racconto di Genoeffa che ci ha riportato alle radici di Mani Amiche, oggi facciamo spazio a una voce più giovane ma non meno esperta e gioviale. Parliamo di Imma Manzo, un vulcano operativo che da circa 15 anni anima la nostra sede.

Imma è l’emblema dell’operatrice “tuttofare”: una scalata costante fatta di umiltà, entusiasmo e competenza, partendo dal ruolo di assistente, passando per quello di barelliera, fino a diventare oggi una delle nostre driver più affidabili.

IMMA, 15 ANNI IN ASSOCIAZIONE SONO UN TRAGUARDO IMPORTANTE. QUAL È STATA LA SCINTILLA CHE TI HA PORTATA QUI?

“Tutto è nato da un momento molto intimo e difficile: la malattia di mio padre.

In quel periodo feci una promessa a me stessa, ovvero che sarei diventata una donatrice di sangue. Per varie ragioni però, non riuscii a concretizzare quel desiderio. Ricordo che un giorno venni in associazione per l’ennesima volta e andai via davvero dispiaciuta per non esserci riuscita.

Proprio in quel frangente conobbi Vincenzo Vitale, che in seguito mi contattò privatamente sui social per invitarmi a diventare una di loro. Ero un po’ titubante all’inizio, ma decisi di iscrivermi al corso, ed eccomi qua, quindici anni dopo!”

SEI PARTITA COME ASSISTENTE E OGGI SEI AL VOLANTE DELL’AMBULANZA. COME HAI VISSUTO QUESTA EVOLUZIONE?

È stato un percorso naturale. In Mani Amiche non ci si ferma mai e impari che ogni ruolo è fondamentale.

Ho sempre cercato di mettermi a disposizione dove c’era bisogno, imparando ogni giorno dai colleghi più anziani.”

C’È UN ANEDDOTO PARTICOLARE O UN MOMENTO CHE PORTI NEL CUORE?

“In realtà non ho un singolo episodio da raccontare, perché per me ogni manifestazione e ogni assistenza è un mondo a sé. Porto con me le risate con i colleghi nei momenti di pausa, ma anche quelle silenziose preghiere che facciamo tra noi affinché tutto vada bene durante un intervento. L’emozione che provo ogni volta che indosso questa divisa non cambia mai: mi riempie il cuore di orgoglio.”

SAPPIAMO CHE HAI ANCHE CONTRIBUITO AD “ALLARGARE” QUESTA FAMIGLIA…

“Sì! Ho trascinato in questa avventura Elena Lambiase, una cara collega a cui voglio molto bene. È bello poter condividere questa missione con le persone che stimi anche fuori dall’ambito associativo; rende il legame ancora più forte.”

CI TENEVI A RINGRAZIARE QUALCUNO IN PARTICOLARE…

Sì, mi preme ringraziare Enzo Vitale per avermi spronato sin dal primo incontro a diventare un volontario. Un ringraziamento speciale anche a Vincenzo Spatuzzi per aver creduto in me in qualità di autista, a Sergio Scuoppo per la fiducia e a tutti i miei colleghi che con me condividono i turni.

IMMA, QUALE CONSIGLIO DARESTI A CHI STA PENSANDO DI ISCRIVERSI AL PROSSIMO CORSO?

“Dico solo una cosa: credeteci sempre. Il bene ha sempre una marcia in più e dedicarvi agli altri vi renderà persone migliori. Non abbiate paura di mettervi in gioco, perché quello che riceverete in termini di umanità sarà sempre molto più di quello che darete.”

La storia di Mani Amiche

Oggi rispolveriamo un vecchio articolo di Felice Scermino per rivivere le nostre origini. Buona lettura a chi è parte della nostra realtà e a chi in futuro vorrà farne parte!

LA STORIA DI MANI AMICHE 

Quel giorno un giovane, un ragazzo, aveva urgente bisogno di essere soccorso. Era stato investito o forse aveva avuto un malore. Dalla strada si levò qualche grido, qualche invocazione di aiuto e qualcuno telefonò all’ospedale per una ambulanza. L’Avv. Alfonso Senatore, sotto la cui abitazione si verificò l’episodio seguiva con apprensione la scena ed alla fine, poiché non arrivava alcun mezzo di soccorso si attaccò al telefono e con il peso della sua carica pubblica smosse ogni resistenza. Poco dopo l’ambulanza arrivò, ma il fatto lasciò un segno e l’Avv. Senatore parlò con il Dott. Enzo Baldi, con il Geom. Nino Senatore e con qualche altra persona di buona volontà al fine di far nascere una qualche iniziativa in tema di trasporto degli infermi.

Intanto, prima di questi fatti, proprio a me capitò di aver bisogno di un’ambulanza. Mia madre era stata salvata per i capelli da un’intossicazione da farmaci e doveva essere trasportata dal Centro Antiveleni del Cardarelli di Napoli all’Ospedale Civile di Cava. Mi ero rivolto alla Croce Rossa, ma non vi erano mezzi disponibili. Il Dott. Raffaele Della Monica, che quella volta salvò mia madre e la seguì lungo tutta la malattia, mi fece il nome di Soccorso Amico di Salerno. Chiamai, feci la richiesta e l’ambulanza eseguì il trasferimento della paziente. Ricordo ancora che mia madre, mia sorella e tutti noi rimanemmo colpiti dalla gentilezza del tratto, dal garbo e dalla premura dei modi con cui i giovani di “Soccorso Amico” svolsero il loro servizio. E quando dissi che volevo rimborsare almeno le spese mi lasciarono di stucco dicendomi non solo che non si doveva pagare neanche una lira, ma anche che erano stati ripagati nel vederci soddisfatti per la loro opera.

Volli conoscere “Soccorso Amico” e ne fui travolto a livello emotivo, scoprendomi un uomo di parole e non di fatti. E quando Lello Della Monica mi disse nel suo studio in ospedale (mamma era ancora ricoverata) che bisognava rimboccarsi le maniche, che non si doveva attendere tutto dall’alto, non faticò molto a mettermi in movimento. Ne parlai a Peppino Raimondi e così, più o meno contemporaneamente al primo, nacque un altro gruppetto di persone che meditava di assumere una qualche iniziativa in tema di trasporto degli infermi.

I due gruppetti, ciascuno dei quali ignorava l’esistenza dell’altro, un bel giorno si incontrarono, lievitati anche dall’entusiasmo di nuovi adepti come l’appassionato Raffaele Scarabino, il posato Pasquale Senatore, il generoso Tommaso Avallone, l’operoso Artemio Baldi, e l’idea cominciò a prendere forma. Si pensò di costituire una associazione di volontariato basata sui principi della gratuità, della apoliticità, dell’autofinanziamento, aperta ad eventuali contributi spontanei di terzi, animata dalla speranza di costituire uno stimolo per migliorare noi stessi, e di rappresentare un piccolo segno per gli altri.

L’associazione avrebbe dovuto svolgere gratuitamente il trasporto degli infermi ed esercitare altre attività di solidarietà in favore di chi si trovasse in una situazione di bisogno. Tutti eravamo d’accordo, tutti entusiasti. Ma ci voleva una sede, ci volevano i volontari, ci volevano i soldi.

Una ambulanza nuova costava dai 50 milioni di lire in su. E quando avremmo potuto avere mai questa somma? Non ci spaventammo. E così una alla volta, affrontammo i vari problemi. Pensammo di creare la figura dei simpatizzanti sostenitori cioè di persone che apprezzano l’iniziativa ma che non potendo impegnarsi nell’attività dell’associazione, si tassano in favore della medesima versando un contributo mensile. Trovammo una sede, quella attuale, grazie alla grande disponibilità di Pasquale Senatore e dello zio sacerdote. Andammo in giro nelle associazioni, nelle parrocchie, nei clubs, nelle scuole portando questo antico messaggio di generosità e di amore.

A volte avevamo paura di quello che stavamo facendo, perché uscivamo allo scoperto, perché ci impegnavamo, ma i giovani, i nostri cari giovani ci mettevano in crisi con la loro fiducia, il loro entusiasmo. Era un delitto scoraggiarsi, spegnere quelle energie buone e vitali, deludere le loro attese.

Nacque così l’associazione il 19/05/1992 con tanto di atto notarile. E subito dopo Raffaele Scarabino cominciò a lavorare nella sede, aiutato da Artemio e da terzi generosi, sino al punto da farla diventare pulita e dignitosa. Enzo Baldi intanto accompagnava i giovani volontari presso il palazzo di Soccorso Amico ove seguivano il primo corso di formazione. E gli altri aiutavano, seguivano e soprattutto lavoravano all’esterno per raccogliere adesioni. Poi il Comune di Cava, informato e sollecitato dall’Avv. Alfonso Senatore, pensò di affidarci in comodato una vecchia ambulanza già in uso presso la casa dell’ONPI. Intanto avevano aderito all’associazione quelli che poi diventeranno il segretario ed il tesoriere, cioè rispettivamente Umberto Ianiro, un silenzioso gentiluomo disponibile a servire senza clamori e Riccardo Di Mauro, un autentico vulcano capace di macinare idee e lavoro senza risparmio di tempo e di energie.

Prima e dopo di loro aderirono tanti altri, giovani e non, ragazze e signore, che non è possibile nominare per la tirannia dello spazio, ma che certamente ci hanno superato in entusiasmo e disponibilità. Mettemmo a posto l’ambulanza e poiché diversi altri volontari avevano fatto il corso, iniziammo concretamente l’attività.

Ricordo come tutti, senza dire niente, aspettavamo distrattamente la prima richiesta di intervento e poi venne la prima chiamata e dopo di essa tante altre sino ad oggi. Il resto è noto a tutti ed appartiene al passato recentissimo ed al presente.

Lungo la strada molte persone ci hanno accompagnato, alcune ci hanno dovuto lasciare per tante valide ragioni ed altre ne verranno. Ma, a prescindere dalle persone, quello che deve vivere e crescere è questo segno che è capace di svelarci le nostre contraddizioni nel silenzio delle coscienze e che riesce a mostrare agli altri una strada percorribile di amore, maledettamente concreta. E quanto più ciascuno di noi avrà la forza di scoprire le proprie debolezze, tanto più quel segno diventerà per tutti forte e vigoroso.

#lamiaesperienzainmaniamiche | Genoeffa, grinta, sorrisi e concretezza per la collettività

La nostra rubrica oggi ci porta alle radici stesse di Mani Amiche.

Per questo quinto appuntamento presentiamo uno dei volti iconici e storici della nostra famiglia: Genoeffa Scarlino.

Genoeffa non è stata una semplice spettatrice dell’evoluzione dell’associazione, ma è stata coinvolta attivamente sin dalla riunione di fondazione, quel momento di confronto che ha poi portato a ufficializzare la nascita di Mani Amiche il 19 maggio 1992. In quegli anni, era già testimone della realtà che stava nascendo, chiamata a dare il suo contributo dal Dottor Baldi.

GENOEFFA, TU  ERI GIÀ ATTIVA NEL VOLONTARIATO QUANDO IL DOTTOR BALDI TI COINVOLSE IN QUESTA AVVENTURA. COSA TI SPINSE A DIRE DI SÌ?

“Il Dottor Baldi mi conosceva bene perché ero già volontaria AVO in ospedale, un impegno che ho portato avanti simultaneamente a Mani Amiche per ben 25 anni. In me l’istinto di aiutare il prossimo è sempre stato fortissimo; pensate che da ragazza dicevo a mia madre che il mio sogno era andare in Africa! Il Dottore apprezzava la mia vocazione alla solidarietà, per questo volle integrarmi in questo nuovo progetto sin dalle primissime riunioni. Ne fui entusiasta e non potetti certo tirarmi indietro.”

SEI NOTORIAMENTE UNA FIGURA “PIGNOLA” NELLA GESTIONE DEI TURNI E DELLA SEGRETERIA. DICCI QUAL È IL SEGRETO DI UN BUON EQUIPAGGIO?

“Più che pignola, mi definirei scrupolosa, attenta alla qualità del servizio. Sin dagli anni ’90 mi occupo della segreteria e dei turni, e la mia preoccupazione principale è sempre stata la composizione degli equipaggi: tengo molto a combinare i volontari in base al loro grado di esperienza basandomi sulla patologia della persona da trasportare. Questo perché ogni paziente ha esigenze specifiche e l’equipaggio deve essere pronto e adatto a gestirle al meglio.”

TRA LE TANTE COSE, SEI ANCHE ALLA “REGIA” DELLA CELEBRE “TOMBOLATA SOLIDALE”. COME RIESCI A COINVOLGERE COSÌ TANTO LA CITTADINANZA?

“La tombolata è un evento di lunga data nato prima come iniziativa rivolta ai soci e poi esteso dagli anni 90 alla collettività a cui lavora l’intera associazione con grande spirito di collaborazione. Saper coinvolgere così tanti partner e persone è un’indole di famiglia: come i miei fratelli, tra cui Pasquale Scarlino molto conosciuto a Cava per la sua attività a capo del CSI, ho una spiccata chiacchiera e con un pizzico di determinazione riesco sempre a convincere tanti amici e commercianti a sostenere con i loro premi questo attesissimo appuntamento che poi nasce per divertirci e dare un contributo simbolico alle attività dell’associazione. Vedere la gioia della gente e sapere che quel ricavato sarà ben speso è la mia gratificazione più grande.”

C’È UNA FIGURA CHE PORTI NEL CUORE PIÙ DI ALTRE IN QUESTO LUNGO PERCORSO?

“Senza dubbio lo storico presidente Antonio Lodato. Era una figura diplomatica, capace di usare ‘il bastone e la carota’ con una sensibilità innata. Sapeva approcciarsi ad ogni singolo volontario con l’atteggiamento giusto, operando sempre con grande scrupolosità.”

IN TRENT’ANNI AVRAI VISSUTO MILLE ANEDDOTI. CE NE RACCONTI UNO CHE TI È RIMASTO IMPRESSO?

“Ricordo una notte in cui proprio Antonio Lodato mi chiamò per avere le chiavi della sede: c’era una bambina da trasportare d’urgenza da Salerno a Roma. Il padre della piccola era così stravolto dall’accaduto da non riuscire a mantenere lucidità. Antonio prese in mano la situazione con estrema calma e fermezza. E quel papà ne fu davvero grato: tornò in associazione carico di riconoscenza per esser stato supportato con tanta premura.

Erano in tantissimi a quell’epoca e anche negli anni successivi ad elogiare la dedizione, efficienza e tempestività dei volontari di Mani Amiche coinvolti sempre a titolo gratuito e senza i tanti ostacoli burocratici odierni, in tante emergenze del territorio. Ma accanto a questi episodi a lieto fine siamo stati testimoni anche di meravigliose storie d’amore nate tra i soci, ne ricordo una con affetto: quella di Peppe D’Amico, oggi medico al Nord, che ha conosciuto proprio in associazione la sua compagna di vita, iscrittasi in associazione dopo una grande tragedia personale.”

CHE CONSIGLIO DARESTI AI CURIOSI CHE SI AVVICINANO ALL’ASSOCIAZIONE?

“Gli direi certamente di donarsi, ma anche di non essere superficiali. Siate oculati prima di salire in ambulanza e meticolosi in qualsiasi altra mansione in associazione, consapevoli della responsabilità e del ruolo che ricoprite. L’associazione richiede impegno, attenzione e tanta buona volontà, con questa mentalità saremo pronti ad accogliervi a braccia aperte!

#lamiaesperienzainmaniamiche | Dario, il nostro “ponte” tra generazioni

​Oggi incontriamo un volto che tra le mura della nostra sede può essere considerato un “ponte” tra la “vecchia e nuova guardia”: Dario Casaburi.
​Entrato in associazione poco più che ventenne, ha saputo conquistare la stima dei veterani e l’ammirazione dei nuovi arrivati. È il ritratto della dedizione silenziosa: un ragazzo sveglio, umile e profondamente volenteroso, che ha saputo trasformare la propria crescita personale in una colonna portante per l’intera associazione. Dai primi passi come tirocinante nel 2014, alle infinite esperienze di trasporto in ambulanza come barelliere e autista, fino all’attuale ruolo di consigliere nel direttivo da giugno 2025: la sua è una storia di responsabilità e cuore.

Dario, partiamo proprio da quel 2014. Un volantino in piazza a Cava, consegnato da Maria Giovanna Avagliano, e una scelta che ha cambiato tutto. Cosa ti ha spinto a entrare a far parte di questa squadra?

​”Fu un vero segno del destino. In quel periodo vivevo un profondo senso di impotenza: avevo visto persone care lottare con gravi problemi di salute e mi sentivo svuotato, incapace di aiutare davvero. Quando ho ricevuto quel volantino, ho capito che non volevo più essere uno spettatore passivo del dolore altrui.
Il mio obiettivo era quello di non far vivere agli altri le sensazioni ed emozioni che avevo provato io ed essere nel mio piccolo, di sollievo per chi ne avrebbe avuto bisogno.
Soprattutto cercai con questa scelta, di trasformare quella sensazione di fragilità in competenza e azione.

Sei entrato giovanissimo in un mondo di veterani. Eppure oggi sei considerato l’anello di congiunzione tra chi ha fondato questa realtà e chi ci entra oggi per la prima volta. Com’è stato quel percorso?

​”All’inizio è stata dura, ero solo un ragazzo e l’associazione era piena di veterani, ma devo ringraziare due persone in particolare: Maria Giovanna Avagliano che mi ha insegnato ogni segreto del reparto sanitario dell’ambulanza, e Raffaele Siani che è stato il mio mentore: mi ha fatto crescere tantissimo come volontario e anche come persona, sempre in mio supporto, insegnandomi cosa significhi davvero essere un soccorritore e un uomo. Grazie a loro ho imparato che l’umiltà di ascoltare chi ha più esperienza è l’unica strada per diventare, a propria volta, una guida per i più giovani.

In dodici anni di servizio si vivono momenti che restano tatuati nell’anima. C’è un episodio che porti con te come una lezione di vita?

​”Ce ne sono due, molto diversi. Il primo è un ricordo di pura umanità e riguarda il marito di una nostra paziente con un brutto male: un uomo che cercava di restare forte ma i cui occhi erano pieni di paura, impotenza e speranza. Cercavo sempre di trasmettergli positività durante i nostri trasporti perché era palpabile la sua sofferenza nel vedere la sua amata in quello stato. Era di poche parole quando la portavamo in ospedale e restava quasi sempre in disparte. Ma un giorno presi coraggio nei suoi confronti e mi avvicinai stringendolo a me. Fu un momento molto forte: si lasciò andare e mi disse un sentito “grazie!”, non lo dimenticherò mai.
È in quel frangente che ho capito quanto valore abbia la nostra presenza non solo “fisica”.
Il secondo episodio invece, mi ha scosso profondamente: è la storia di una donna di polso che ha sempre lavorato tanto nella sua vita fino a quando un brutto male l’ha colpita. In quel frangente ha deciso di prendersi del tempo per sé e per la sua famiglia, viaggiando e coltivando le sue passioni, portando al contempo avanti la sua terapia. Sembrava andar bene ma durante uno dei suoi viaggi le sue condizioni peggiorarono nuovamente e fu costretta a tornare in ospedale. Ero con lei per il trasporto e non potrò mai dimenticare quel momento: lei in barella e io al suo fianco aspettando i miei colleghi. Mi confessò: “nella mia vita ho solo pensato al dovere e adesso non ho più tempo per nulla”, tentai allora ingenuamente di consolarla: “Non è vero, c’è sempre tempo” ma non finii nemmeno la frase che mi afferrò per il colletto della divisa e mi disse con estrema lucidità: “No! Non c’è! Ti prego non fare come me, vivi senza rammarico”.
Fu una lezione dura, che ancora oggi porto con me.

Dopo questa parentesi così forte emotivamente raccontaci anche qualche episodio più spensierato.

Beh, posso solo dire che in associazione ho conosciuto una persona speciale, ma mi fermo qui, sono un tipo riservato.

Oggi, da Consigliere, ti occupi della sede e dei mezzi, ma anche di trasmettere un approccio lucido al soccorso. Perché insisti tanto sulla preparazione?

La velocità viene spesso spacciata per competenza, in realtà è un segno di insicurezza.
Le cose vanno fatte con i giusti modi e i giusti tempi di intervento. Quando riesci a entrare in questa ottica di preparazione ogni intervento che sembrava difficile diventa di colpo gestibile: la calma supera l’ansia e la lucidità prende il sopravvento sull’emotività. L’emotività va accantonata per trovare la soluzione logica al problema ed essere concretamente d’aiuto. Una persona in difficoltà è già in preda al panico, per questo il compito di mantenere i nervi saldi spetta a noi. ​Solo così si fa davvero la differenza nel caos.”

Come “ponte” tra le generazioni, quale consiglio daresti a un ragazzo che oggi muove i primi passi in associazione?

​”Gli direi di non porsi limiti e di restare umile. Io sono entrato che non sapevo fare nulla ma grazie agli uomini e alle donne che mi hanno insegnato tutto, ma veramente tutto, sono cresciuto tantissimo come persona. Per chi ha voglia di crescere, sperimentare e superare i propri limiti, l’associazione è il posto giusto.
Non abbiate paura di chiedere e di imparare dai ‘vecchi’: solo così si può raccogliere la loro miglior eredità e donarla al prossimo”.

#lamiaesperienzainmaniamiche | Letizia, la voce accogliente del venerdì

Continua il nostro viaggio nel cuore pulsante di Mani Amiche. Dopo aver dato voce ai nostri capi equipaggio, oggi cambiamo prospettiva. Perché un’associazione non è fatta solo di sirene e interventi in strada; è fatta anche di attese, di telefoni che squillano e di mani che, con precisione e pazienza, tessono la rete del soccorso dietro una scrivania.

Oggi incontriamo Letizia, il volto (e la voce) storica dei nostri venerdì pomeriggio.

Dal 2002 è una presenza costante in segreteria, ma il suo legame con il volontariato ha radici molto più profonde, nate da un “no” trasformato in un grande “sì”.

Letizia, facciamo un salto indietro. Il tuo desiderio di aiutare gli altri nasce tra i banchi di scuola, ma non è stato subito “amore a prima vista” con il mondo delle associazioni. Cosa successe?

“È vero. Tutto iniziò durante un’assemblea alle superiori. Alcuni ragazzi di un’associazione locale vennero a presentare le loro attività e io mi innamorai subito dell’idea di farne parte. Vinsi la mia timidezza e mi avvicinai alla ragazza che aveva parlato di più, sperando in un’accoglienza calorosa. Invece l’approccio fu freddo, quasi respingente. Quel momento gelò il mio entusiasmo, ma il seme era stato piantato: doveva solo aspettare il momento giusto per germogliare.”

Quel momento è arrivato anni dopo, in un modo quasi del tutto casuale, grazie a tua madre.

“Esatto! La vita mi aveva portato altrove: il lavoro in amministrazione, il matrimonio, la nascita dei miei due figli. Avevo dovuto lasciare l’impiego perché gli orari erano incompatibili con il mestiere di mamma. Poi, quando i bimbi avevano 4 e 5 anni, mia madre mi chiese di accompagnarla a iscriversi a un’associazione di volontariato. Non voleva andare da sola e mi promise che mi avrebbe aiutata ancora di più con i piccoli se l’avessi seguita.

Ironia della sorte: dopo i primi incontri lei capì che cercava altro e si ritirò. Io, invece, rimasi. Un po’ per evitare l’imbarazzo di due ritiri contemporanei, un po’ perché sentivo che quel posto era finalmente quello giusto.”

Hai scelto la segreteria, un ruolo che sembra cucito su misura per te.

“Per via di alcuni problemi di cuore, il servizio attivo in ambulanza non era la strada più indicata, così ho scelto la segreteria. È stato come tornare a casa: il mio vecchio lavoro era proprio la segreteria d’amministrazione. Qui servono precisione, ordine nel passare le consegne ai colleghi che cambiano turno, ma soprattutto tanta empatia. Devi saper ascoltare chi sta dall’altra parte del filo.”

Spesso si pensa che il segretario faccia “solo” burocrazia. Ma c’è un episodio che ti è rimasto nel cuore e che racconta quanto la tua voce possa fare la differenza?

Ricordo perfettamente la telefonata di una signora anziana. Non chiamava per un’ambulanza o per un trasporto assistito. Chiamava perché era sola. Voleva solo compagnia. Siamo rimaste al telefono per un po’, il tempo necessario a rassicurarla. Sentire il suo sollievo e ricevere le sue benedizioni mi ha riempito il cuore. In quel momento, anche se non ero fisicamente lì, la mia è stata una mano tesa verso di lei. È stata la mia personale ‘presa in carico’, diversa dal solito protocollo, ma altrettanto vitale.

In una società che sembra correre sempre più veloce, dimenticando spesso il valore del contatto umano, cosa ti senti di augurare a chi si avvicina oggi al volontariato?

Auguro a tutti, giovani e meno giovani, di riscoprire l’empatia. In un mondo che spesso manca di motivazioni sane, riscoprire nell’altro che chiede aiuto il proprio bisogno di essere utili è una lezione di vita immensa. Spero che il mio racconto possa essere quel vaso dove un seme di solidarietà, magari rimasto chiuso per timidezza, possa finalmente germogliare. Ognuno di noi ha un piccolo tesoro da regalare; bisogna solo avere il coraggio di aprire lo scrigno.”

#lamiaesperienzainmaniamiche: Vincenzo e i suoi 30 anni a tutto gas per la solidarietà !

La nostra rubrica continua. Dopo aver conosciuto la storia di Francesco, oggi apriamo le porte a un nuovo grande pilastro della nostra associazione. Raccontare la sua storia significa ripercorrere quasi trent’anni di soccorso, evoluzione e, soprattutto, profonda umanità.

Per questo secondo appuntamento abbiamo incontrato Vincenzo Spatuzzi, oggi Vicepresidente di Mani Amiche, un uomo capace di unire un rigore impeccabile a una straordinaria cordialità.

VINCENZO, LA TUA STORIA IN ASSOCIAZIONE INIZIA NEL 1997. COME SEI ARRIVATO A VARCARE QUELLA SOGLIA? 

“Tutto è iniziato grazie a mia sorella. Lei faceva già parte di questa grande famiglia da qualche anno e, con la sua passione, ha finito per trascinare anche me. Sono entrato a fine ’97 e da allora non sono più uscito.

Ho scalato ogni gradino: ho iniziato come aggiunto, poi assistente, barelliere, fino a diventare autista e capoequipaggio nel maggio del 2000. Oggi ricopro il ruolo di Vicepresidente, ma il mio cuore resta sempre lì, sull’ambulanza.”

IN QUASI TRENT’ANNI AVRAI AFFRONTATO CENTINAIA DI INTERVENTI. C’È UN RICORDO CHE, PIÙ DI ALTRI TI TOCCA ANCORA NEL PROFONDO?

(Vincenzo risponde visibilmente commosso)

“Sì, ed è un ricordo che mi fa venire la pelle d’oca ancora oggi, mentre ne parlo. Era l’estate del ’99. Ricevemmo una chiamata per il trasporto a casa di un malato terminale di leucemia. Quando arrivai in reparto, subii una doccia fredda tremenda: quel paziente era un ragazzo di appena 16 anni. Ero barelliere e sedetti nel vano sanitario accanto a lui, Roberto, e a suo papà. Furono gli 8 chilometri più lunghi e pesanti della mia vita. Roberto ci lasciò pochi giorni dopo, ma il legame nato in quel breve tragitto è rimasto: ancora oggi, io e suo padre ci salutiamo con un affetto speciale.”

COME SI GESTISCE IL PESO EMOTIVO DI MOMENTI COSÌ DRAMMATICI?

“In emergenza, oltre all’adrenalina che sale, cerco sempre di mantenere la massima lucidità. Il mio obiettivo principale è trasmettere sicurezza al resto dell’equipaggio. Se il leader è concentrato, la squadra lavora meglio.

Gli interventi di rianimazione cardio-polmonare (RCP) sono sempre i più difficili e traumatici, ma la nostra missione è restare saldi, per il bene di chi stiamo aiutando.

OGGI TI OCCUPI DI COORDINARE LA FORMAZIONE DEGLI EQUIPAGGI COINVOLGENDO ANCHE LE NUOVE LEVE. QUAL È IL MESSAGGIO PIÙ IMPORTANTE CHE CERCHI DI TRASMETTERGLI?

“Ai nuovi volontari cerco di far capire il significato profondo della parola ‘donare’. Donare il proprio tempo e le proprie energie senza aspettarsi nulla in cambio. È questa la vera essenza di Mani Amiche, un valore che cerco di onorare ogni giorno con il mio impegno in associazione.

VINCENZO, OGNI TUO AVVISO TECNICO O CONVOCAZIONE SI CONCLUDE IMMANCABILMENTE COL TUO ICONICO SALUTO. PUOI LASCIARCELO ANCHE QUI?

“Con molto piacere: grazie a tutti per la disponibilità, nu bacion!

Ti piacerebbe scoprire da vicino come si diventa soccorritori, e vivere il significato profondo della parola “donare”  come ha fatto Vincenzo? Passa a trovarci in sede e ti daremo tutte le info per partecipare al prossimo corso di volontariato in partenza!