#lamiaesperienzainmaniamiche | Dario, il nostro “ponte” tra generazioni
Oggi incontriamo un volto che tra le mura della nostra sede può essere considerato un “ponte” tra la “vecchia e nuova guardia”: Dario Casaburi.
Entrato in associazione poco più che ventenne, ha saputo conquistare la stima dei veterani e l’ammirazione dei nuovi arrivati. È il ritratto della dedizione silenziosa: un ragazzo sveglio, umile e profondamente volenteroso, che ha saputo trasformare la propria crescita personale in una colonna portante per l’intera associazione. Dai primi passi come tirocinante nel 2014, alle infinite esperienze di trasporto in ambulanza come barelliere e autista, fino all’attuale ruolo di consigliere nel direttivo da giugno 2025: la sua è una storia di responsabilità e cuore.
Dario, partiamo proprio da quel 2014. Un volantino in piazza a Cava, consegnato da Maria Giovanna Avagliano, e una scelta che ha cambiato tutto. Cosa ti ha spinto a entrare a far parte di questa squadra?
”Fu un vero segno del destino. In quel periodo vivevo un profondo senso di impotenza: avevo visto persone care lottare con gravi problemi di salute e mi sentivo svuotato, incapace di aiutare davvero. Quando ho ricevuto quel volantino, ho capito che non volevo più essere uno spettatore passivo del dolore altrui.
Il mio obiettivo era quello di non far vivere agli altri le sensazioni ed emozioni che avevo provato io ed essere nel mio piccolo, di sollievo per chi ne avrebbe avuto bisogno.
Soprattutto cercai con questa scelta, di trasformare quella sensazione di fragilità in competenza e azione.”

Sei entrato giovanissimo in un mondo di veterani. Eppure oggi sei considerato l’anello di congiunzione tra chi ha fondato questa realtà e chi ci entra oggi per la prima volta. Com’è stato quel percorso?
”All’inizio è stata dura, ero solo un ragazzo e l’associazione era piena di veterani, ma devo ringraziare due persone in particolare: Maria Giovanna Avagliano che mi ha insegnato ogni segreto del reparto sanitario dell’ambulanza, e Raffaele Siani che è stato il mio mentore: mi ha fatto crescere tantissimo come volontario e anche come persona, sempre in mio supporto, insegnandomi cosa significhi davvero essere un soccorritore e un uomo. Grazie a loro ho imparato che l’umiltà di ascoltare chi ha più esperienza è l’unica strada per diventare, a propria volta, una guida per i più giovani.”
In dodici anni di servizio si vivono momenti che restano tatuati nell’anima. C’è un episodio che porti con te come una lezione di vita?
”Ce ne sono due, molto diversi. Il primo è un ricordo di pura umanità e riguarda il marito di una nostra paziente con un brutto male: un uomo che cercava di restare forte ma i cui occhi erano pieni di paura, impotenza e speranza. Cercavo sempre di trasmettergli positività durante i nostri trasporti perché era palpabile la sua sofferenza nel vedere la sua amata in quello stato. Era di poche parole quando la portavamo in ospedale e restava quasi sempre in disparte. Ma un giorno presi coraggio nei suoi confronti e mi avvicinai stringendolo a me. Fu un momento molto forte: si lasciò andare e mi disse un sentito “grazie!”, non lo dimenticherò mai.
È in quel frangente che ho capito quanto valore abbia la nostra presenza non solo “fisica”.
Il secondo episodio invece, mi ha scosso profondamente: è la storia di una donna di polso che ha sempre lavorato tanto nella sua vita fino a quando un brutto male l’ha colpita. In quel frangente ha deciso di prendersi del tempo per sé e per la sua famiglia, viaggiando e coltivando le sue passioni, portando al contempo avanti la sua terapia. Sembrava andar bene ma durante uno dei suoi viaggi le sue condizioni peggiorarono nuovamente e fu costretta a tornare in ospedale. Ero con lei per il trasporto e non potrò mai dimenticare quel momento: lei in barella e io al suo fianco aspettando i miei colleghi. Mi confessò: “nella mia vita ho solo pensato al dovere e adesso non ho più tempo per nulla”, tentai allora ingenuamente di consolarla: “Non è vero, c’è sempre tempo” ma non finii nemmeno la frase che mi afferrò per il colletto della divisa e mi disse con estrema lucidità: “No! Non c’è! Ti prego non fare come me, vivi senza rammarico”.
Fu una lezione dura, che ancora oggi porto con me.
Dopo questa parentesi così forte emotivamente raccontaci anche qualche episodio più spensierato.
Beh, posso solo dire che in associazione ho conosciuto una persona speciale, ma mi fermo qui, sono un tipo riservato.
Oggi, da Consigliere, ti occupi della sede e dei mezzi, ma anche di trasmettere un approccio lucido al soccorso. Perché insisti tanto sulla preparazione?
La velocità viene spesso spacciata per competenza, in realtà è un segno di insicurezza.
Le cose vanno fatte con i giusti modi e i giusti tempi di intervento. Quando riesci a entrare in questa ottica di preparazione ogni intervento che sembrava difficile diventa di colpo gestibile: la calma supera l’ansia e la lucidità prende il sopravvento sull’emotività. L’emotività va accantonata per trovare la soluzione logica al problema ed essere concretamente d’aiuto. Una persona in difficoltà è già in preda al panico, per questo il compito di mantenere i nervi saldi spetta a noi. Solo così si fa davvero la differenza nel caos.”
Come “ponte” tra le generazioni, quale consiglio daresti a un ragazzo che oggi muove i primi passi in associazione?
”Gli direi di non porsi limiti e di restare umile. Io sono entrato che non sapevo fare nulla ma grazie agli uomini e alle donne che mi hanno insegnato tutto, ma veramente tutto, sono cresciuto tantissimo come persona. Per chi ha voglia di crescere, sperimentare e superare i propri limiti, l’associazione è il posto giusto.
Non abbiate paura di chiedere e di imparare dai ‘vecchi’: solo così si può raccogliere la loro miglior eredità e donarla al prossimo”.





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