#lamiaesperienzainmaniamiche: il battito della solidarietà di Francesco

Inauguriamo oggi una nuova rubrica

Uno spazio dedicato a chi, giorno dopo giorno, scrive la storia della nostra associazione. #lamiaesperienzainmaniamiche non è solo un racconto, ma una scintilla che speriamo possa accendere il fuoco della solidarietà in chiunque legga queste righe.

Per il primo appuntamento abbiamo scambiato due chiacchiere con Francesco Giaccoli. Un giovane cavese che porta con sé un paradosso meraviglioso: nonostante la giovane età, vanta già ben 24 anni di militanza in Mani Amiche. Quarto di sei figli, Francesco non si è limitato a donare il proprio tempo, ma ha contagiato l’intera famiglia, trascinando con sé il papà Domenico e il fratello Marco. Perché sì, la solidarietà è nel DNA di questa famiglia e pulsa ad ogni battito.

Francesco, partiamo dall’inizio.

Cosa scatta nella testa di un ragazzo quando decide di dedicare un po’ del suo tempo agli altri? Qual è stata la tua “miccia”?

“È stata una chiamata all’azione silenziosa ma fortissima. Guardandomi intorno, ho sentito il bisogno profondo di fare qualcosa per chi è stato meno fortunato di me. Non è stata una scelta ragionata a tavolino, ma un impulso del cuore: capire che la mia energia poteva diventare il sollievo di qualcun altro.”

In oltre vent’anni di servizio avrai visto di tutto. Quali sono gli episodi che porti tatuati sulla pelle?

“Ci sono momenti in cui il tempo sembra fermarsi. Ricordo un intervento BLS: il ritmo del massaggio cardiaco, il sudore, la tensione… e poi quel respiro che torna, il signore che rinviene. È un miracolo di cui sei testimone e strumento. O ancora, la gestione di un’emorragia massiva, dove la freddezza del protocollo deve convivere con l’adrenalina. Ma se chiudo gli occhi, vedo soprattutto il volto di una paziente affetta da SLA durante un trasporto. In quegli sguardi leggi tutto: la fatica, la paura, ma anche una gratitudine immensa.”

Cosa si prova di fronte a quei volti?

Vedi familiari stremati, svuotati dal dolore, che però trovano la forza di sorriderti. In quei momenti ti senti grato quanto loro. È un’emozione così intensa che ti fa dire: ‘Ecco, per questo vale la pena vivere‘. Non cerco riconoscenza, anzi, sono io a dover dire grazie a Mani Amiche. Rifarei ogni singolo turno altre mille volte.”

Oggi sei Capo Equipaggio e ti occupi di formazione. Quanto è importante per te trasmettere questa competenza?

“Moltissimo. Aggiornarsi costantemente sui protocolli salvavita non è solo un dovere tecnico, è una forma di rispetto verso il paziente. La formazione ti dà la sicurezza necessaria per restare lucidi quando ogni secondo conta. Essere pronti significa fare la differenza tra una storia che finisce e una che continua.”

Se dovessi guardare al futuro e parlare a un ragazzo che varca oggi per la prima volta la soglia dell’associazione, cosa gli diresti?

“Gli augurerei di restare con noi a lungo, proprio come è successo a me. Ma soprattutto, gli augurerei di sentire sulla propria pelle, e nel profondo del cuore, quel bisogno fisico di aiutare il prossimo. Non è un sacrificio, è un regalo che fai a te stesso. Adotta questa missione, vivila con emozione: ti cambierà la vita.”

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