#lamiaesperienzainmaniamiche | Annamaria Amodio: la cura del dettaglio e la vocazione del cuore
La nostra rubrica #lamiaesperienzainmaniamiche accoglie oggi la testimonianza di Annamaria Amodio, una volontaria che ha fatto della precisione e della sensibilità la sua firma distintiva.
Sempre con tanta discrezione Annamaria si contraddistingue per il suo approccio meticoloso, quella dote rara di chi non lascia nulla al caso perché sa che, nel soccorso, anche il più piccolo dettaglio può fare la differenza. Ma dietro il suo rigore tecnico batte un animo profondamente buono, capace di trasformare ogni servizio in un atto di pura empatia. Con nove anni di esperienza sulle spalle, ci racconta oggi come una riflessione spirituale l’abbia portata a vestire i colori della nostra grande famiglia.
ANNAMARIA, IL TUO INGRESSO IN ASSOCIAZIONE SEMBRA QUASI IL FRUTTO DI UNA “CHIAMATA” PARTICOLARE. CI RACCONTI COM’È INIZIATO TUTTO?
“Tutto è nato da una riflessione profonda. Durante una predica, il mio parroco parlò della differenza tra il fare e il contemplare. Quelle parole mi colpirono dritto al cuore: sentii che la mia disponibilità verso famiglia e amici, seppur attiva, non mi bastava più. Cercavo un modo diverso per rendermi utile. Poi, il caso – o il destino – ci ha messo lo zampino: navigando in rete tra ricette e foto, mi sono imbattuta nella pagina di Mani Amiche che invitava a diventare volontari. Ho inviato la richiesta d’istinto e, dopo pochi minuti, avevo già la convocazione per il corso di formazione. Sono passati nove anni da quel giorno, e quel desiderio di andare oltre il semplice ‘fare’ ha trovato finalmente casa.”
DA NOVE ANNI SEI ASSISTENTE IN AMBULANZA. CHE SENSAZIONI PROVI QUANDO SEI IN SERVIZIO?
“L’ansia non sparisce mai del tutto, che si tratti di un’assistenza sportiva o di una manifestazione religiosa. C’è sempre quel timore di non essere all’altezza, ma è un’emozione che svanisce non appena ti muovi con la tua squadra. In quei momenti, la lucidità e la preparazione prendono il sopravvento. Sai che devi dare il massimo per chi hai di fronte.”
C’È UN RICORDO PARTICOLARE CHE PORTI NEL CUORE TRA I TANTI SERVIZI EFFETTUATI?
“Senza dubbio un trasporto che definirei ‘felice’. Dovevamo riportare a casa un bambino guarito dall’ospedale Santobono di Napoli. Non dimenticherò mai il momento in cui ho aperto il portellone dell’ambulanza: ad attenderci c’era una folla di persone che è esplosa in un giubilo di allegria appena ha visto il piccolo. Vedere quella gioia pura, dopo tanta sofferenza, è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita in divisa.”
RECENTEMENTE LA TUA PREPARAZIONE È STATA MESSA ALLA PROVA IN MODO MOLTO REALE, VERO?
“Sì. In associazione ci addestriamo continuamente con i manichini per la rianimazione cardio-polmonare e l’uso del defibrillatore. Ma poche settimane fa, la realtà ha superato la simulazione: mi sono trovata a dover applicare quelle manovre su una persona vera. Non è stato facile, ma quella situazione mi ha dato la conferma di quanto sia vitale che tutti conoscano le procedure salvavita. In quei minuti d’attesa dei soccorsi, la differenza tra la vita e la morte è nelle mani di chi sa cosa fare.”
A VOLTE IL VOLONTARIATO RICHIEDE SACRIFICI. COSA TI SPINGE A CONTINUARE?
“A volte te lo chiedi: ‘Ma chi me lo fa fare?’. Non c’è remunerazione, non è un lavoro, togli tempo ad altro. Ma poi indossi quella tuta arancione, vedi i loghi, il bordino tricolore, e senti che ti appartiene. Quella divisa rappresenta il mio modo di essere e di fare. E poi c’è il legame con i colleghi: quando incontri i tuoi amici di turno, diventiamo un unico corpo con un unico obiettivo: aiutare chi, in quel momento, è più sfortunato di noi. È questa la forza che ti fa andare avanti.”

QUALE CONSIGLIO DARESTI A CHI VORREBBE AVVICINARSI A QUESTO MONDO?
Gli direi di provare questo percorso di vita perché è arricchente e stimolante, a volte anche faticoso ma ti fa sentire vivo e partecipe nel dare il tuo piccolissimo concreto contributo di aiuto e vicinanza alla tua comunità.




